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2010

Marco e Livia

Versione N°19 Pagine 41-42 – Biennio – Quarta edizione

Inizio: Cotidie multo mane Marcus et Livia villam reliquunt atque ad scholam properant, uni etiam pueri puellaeque villarum finitimarum conveniunt.

Fine: Pueri beluarum virus non timent: nam apud villam beluae ferae non sunt.Horis vespertinis,cum agricolis operisque etiam Livia et Marcus ad villam reveniunt.

Ogni giorno di buon Mattino Marco e Livia lasciano la casa e vanno rapidamente verso scuola dove anche i fanciulli e le fanciulle delle case vicine si riuniscono.Là gli alunni ascoltano attentamente il maestro e leggono,imparano famose storie,le lettere dell’alfabeto, diligentemente scrivono con la penna o contano con l’abaco e i sassolini.Gli alunni lodono e apprezzano fortemente i libri dei poeti, infatti le storie e le favole nei libri sono meravigliose.Oggi d’altra parte il maestro è ammalato,c’è vacanza: Marco,allora,gioca a pallone con i compagni,Livia,d’altra parte, passeggia o legge un’allegra favola; dopo ritornano a casa insieme.Là Livia gioca con le piccole figlie delle ancelle nello spiazzo della casa o nei pressi del ruscello, Marco d’altra parte vaga con gli amici per il bosco al di là del ruscello e cerca i nidi degli usignoli o dei merli sui rami dei pioppi.I fanciulli non temono la potenza delle bestie: infatti nei pressi della casa non ci sono bestie selvaggie.Nelle ore della sera,con gli agricoltori e gli operai,anche Livia e Marco ritornano a casa.

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2010

La favola del forestiero

Versione N°15 Pagine 33-34 – Biennio – Quarta edizione

Cum tenebrae iam terras operiunt , advena ad villam accedit et ianuam pulsat; mox sedula ancilla aperit comiterque peregrinum introducit. Advena gratias agit et post cenam , cum stellae micant ed candida luna opacas silvae tenebras collustrat, cum filiola agricolae ludit miramque fabulam narrat: ”Olim in magna et opulentia insula pulchra puella regnabat , ornata splendidis gemmis et armillis pretiosis. Inter incolas concordia ac benevolentia vigebant, quia venusta regina insulam cum prudentia et iustitia administrabat. Sed improviso piratae insidias aparant: reginae scaphas cum nautis submergunt, insulae oras vastant , vigilias necant, copias profligant , miseram puellam comprehendunt catenisque vinciunt. At postea ad insulam appellit advena cum magnis copiis: piratarum copias fundit, reginam captivam in taetra custodia invenit…”. Sed puellula iam dormit somniatque piratarum insidias et cruentas pugnas, cum hastis et sagittis, cum plagis et rapinis.

Le tenebre coprono ormai la terra, quando un forestiero si avvicina alla villa e bussa alla porta. Una serva premurosa apre e la padrona di casa invita lo straniero a tavola. L’ospite cortesemente ringrazia e dopo cena, quando le stelle brillano e la bianca luna illumina le selve oscure, gioca con la piccola figlia del contadino e narra una favola fantastica: “Nell’antichità in una famosa isola regnava una bella fanciulla. La bella regina governava con grande saggezza gli abitanti e quindi vigevano giustizia e concordia. Ma una volta dei pirati preparano insidie, incendiano gli scafi della regina, assediano l’isola, uccidono le sentinelle, la misera fanciulla.” Ma la piccola figlia dell’agricoltore ormai dorme e sogna le insidie dei pirati e le terrificanti battaglie, con lance e frecce, ferite e rapine.

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19
2010

L’Aurora

Versione N°14 Pagina 33 – Biennio – Quarta edizione

Aurora fulgida dea est. Roseas genas, roseas palmas, roseas plantas habet et super auras inter stellas residet. Aurorae regia alta et immensa est; in regia roseae columnae sunt et albae valvae, unde flammae perpetuae manant: flammae, ut excubiae, micant et tenebras collustrant. In media regia sedet Aurora. Dextera stant ancillae cum virgulis roseis, sinistra sunt Horae: Horae diurnae dormiunt, nocturnae autem vigilant. Cotidie multo mane Aurora laeta et florida iuventa surgit, pallam auream induit, subrtdet atque ancillis impérat: “Surgite, equas sine mora parate et regiae ianuam aperite!” Ancillae valvas virgulis roseis aperiunt. Iam tenebrae evanescunt: Horae nocturnae pallescunt et obdormiunt, Horae diurnae surgunt atquesubrident. Tum Aurorae biga auras terrasque percurrit, silvas, feras, vilas illuminat, vias rosis consternit Phoebeamque quadrigam praenuntiat atque praecurrit.

L’aurora è una fulgida dea. Ha guance rosee, mani rosee, rosei piedi e risiede sopra il cielo tra le stelle. Il palazzo dell’aurora è sublime e infinito; nel palazzo ci sono colonne di rose e porte luminose dove si propagano fiamme perpetue: le fiamme, che sono di guardia, brillano e illuminano le tenebre. Nel centro nel palazzo siede l’Aurora. A destra stanno le ancelle con ramoscelli di rose, a sinistra vi sono le Ore: le Ore diurne dormono, invece le notturne vigilano. Ogni giorno di buon mattino l’Aurora, rigogliosa e giovane florida, sorge, indossa un mantello d’oro, sorridendo e comanda alle ancelle: "Sorgete, preparate le cavalle senza indugio, e aprite la porta del palazzo!" Le ancelle aprono le porte con ramoscelli di rose. Già le tenebre svaniscono: le Ore notturne impallidiscono e dormono, le Ore diurne sorgono e sorridono. Allora la biga dell’Aurora percorre cieli e terre, illumina foreste, animali, ville, ricopre le vie di rose, e preannuncia e precede la quadriga di Apollo.

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19
2010

La Fortuna

Versione N°13 Pagina 32 – Biennio – Quarta edizione

Fortuna dea est, terrarum domina. Nautae arcas refertas gemmis et margaritis invenire desiderant, agricola auri venam aut ollam sub terris cum pecunia. Etiam matronae et puellae victimas ac floreas coronas Fortunae vovent: matronae stolas ornatas fibulis prestiosis aut arcas repletas armillis petunt, puellae autem gemmas et splendidas nuptias expotant. Sed Fortuna fluxa et caeca est: ideo saepe pro divinitiis inopiam mittit, pro abundantia annonam, pro laetitia curas et aerumnas. Fortunae incvostantiam igitur timere debemus, nec veram laetitiam a Fortuna expectare: non alea enim, nec divinitiae, nec drachmum copia, sed concordia atque verae amicitiae vitam beatam reddunt.

La Fortuna è una dea, signora della terra. I marinai desiderano trovare fra le onde e sulle sabbie della spiaggia scrigni pieni di pietre preziose e di perle ;gli agricoltori rivoltano le dure zolle e cercano un filone d’oro o una pentola con denaro sotto la terra. Anche le matrone e le fanciulle consacrano alla Fortuna moltissime vittime e corone di fiori e di spighe: le matrone cercano di avere vesti ornate di fibbie e scrigni colmi di braccialetti , le fanciulle desiderano ottenere gemme e splendide nozze. Ma la Fortuna è cieca e instabile: perciò spesso invece della ricchezza giunge la povertà, invece di un abbondante raccolto arriva la carestia, al posto della gioia arrivano preoccupazioni ed affanni. Dobbiamo dunque temere l’instabilità della Fortuna e non aspettare la vera gioia dalla Fortuna: infatti non il gioco dei dadi, o scrigni pieni di ricchezze o abbondanza di dracme o anfore, ma il lavoro, la parsimonia, la concordia, la vita moderata rendono la vita piacevole e felice.

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19
2010

La vita dei galli e dei Germani

Versione N°11 Pagina 31 – Biennio – Quarta edizione

Antiquitus Galliae et Germaniae incolae nec mercaturam neque agriculturam exercebant aut divitias exoptabant. Vitam sumptuosam deliciasque Romanae provinciae ignorabant: plerumque silvas peragrabant atque asperam vitam inter feras ducebant. Non amabant vitam securam sedulamque agricolarum, sed pugnas et gloriam, hastas et sagittas, ideoque sernper magna cum audacia pugnabant. Non timebant feras in densis silvis, sed urbanas delicias et divitias: nam pecuniam, pompam et luxuriam desidiae atque ignaviae causas existimabant. Lunam adorabant, saepeque deae etiam victimas humanas sacrificabant. In Gallia et Germania incojae vitam praedis sustentabant, drachmumque amphorumque copiam aut lautarum epularum delicias omnino ignorabant aut improbabant. Tum Galliae et Germaniae incolae concordiam non colebant nec vitam tranquillam ducebant, immo pugnis fere cotidianis contendebant.

In antichità gli abitanti della Gallia e della Germania non praticavano né il commercio né l’agricoltura o desideravano ricchezze. Non conoscevano la vita sontuosa e i piaceri della provincia Romana: i più viaggiavano per i boschi e conducevano un’aspra vita tra gli animali. Non amavano la vita tranquilla e diligente degli agricoltori, ma le battaglie e la gloria, le lance e le frecce, e perciò combattevano sempre con grande audacia. Non temevano gli animali nei fitti boschi, ma i piaceri urbani e le ricchezze: infatti reputavano il denaro, lo sfarzo e la lussuria le cause della pigrizia e dell’ignavia. Adoravano la Luna, e spesso sacrificavano alla dea anche vittime umane. Nella Gallia e in Germania gli abitanti mantenevano la vita (=si nutrivano) con le prede, e non conoscevano per niente o disapprovavano l’abbondanza né di dramma (moneta ateniese) né di anfore o le delizie dei ricchi banchetti. Allora gli abitanti della Gallia e della Germania non praticavano la concordia né conducevano una vita tranquilla, ma al contrario combattevano in battaglie quasi quotidiane

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